Slum e dintorni
Sfide
Un nuovo viaggio in Africa, altro paese altri ragazzi che hanno voglia di scoprire, di conoscere. Tutta un’altra storia, un altro momento. Due anni fa era del tutto naturale che un Sindaco, tra le varie attività, si inventasse un viaggio audace come quello, per andare a scovare i pensieri di questo mondo e le sue reali priorità e contraddizioni.
Lasciamo Roma guardandola dall’alto con i nostri 16 tra ragazzi e ragazze delle scuole superiori della Provincia di Roma. E’ inevitabile fare raffronti con la città che vidi dall’alto in occasione del viaggio in Malawi e la città attuale. Solo ieri sono stati accoltellati due gay ed è solo l’ultimo di una serie tristemente e apparentemente infinita che da più di un anno sta facendo piombare la città in un clima che niente ha a che fare con il suo dna. Sono preoccupato per la mia città che appare sempre più grigia, violenta e triste.
I ragazzi, 8 maschi e 8 femmine, hanno lo sguardo e la curiosità dei ragazzi della loro età, disincantati dagli esempi raramente positivi che questa società gli offre, anche in politica; con noi qualche rappresentante della Provincia che, attraverso l’Assessorato al Turismo e alle Politiche Giovanili, ha finanziato questo progetto.
Quando Ale, che è l’anima di Afrikasì, mi propose di partire con loro ero felice anche perché capivo l’orgoglio col quale mi veniva fatta quella proposta. Mi occupo di questi temi da anni e so con quale meticolosità, serietà e professionalità è stato fatto questo percorso da Afrikasì in questi 10 anni attraverso le menti, le mani e il cuore di Alessandra ed Ennio. Mi era sembrato come quando mia figlia mi chiede con orgoglio di andare con lei nella sua camera per vedere l’ultima delle sue invenzioni. Gli stessi occhi, proprio per questo, malgrado il viaggio capitasse esattamente in mezzo all’ultimo periodo di ferie che avrei tolto alla famiglia, dissi di sì.
Ed ora, eccomi qui.
Partiamo da Fiumicino verso le 15 con un po’ di ritardo, i ragazzi fanno subito amicizia, legano subito, sono belli dentro. Sono stati selezionati tra centinaia che avevano chiesto di partecipare al viaggio in base a sensibilità e conoscenza dell’inglese.
Arriviamo a Il Cairo dopo tre ore di volo; atterrando si vede una città particolare. Non ero mai stato qui. Le case dall’alto sembrano tutte uguali, pochissimi spazi verdi e appena finisce la città il deserto parte senza sembrar finire mai. Un paesaggio strano, lungo la pista una decina di aerei abbandonati, “cannibalizzati” probabilmente per i pezzi di ricambio. Non fanno una bellissima impressione. Quattro ore ci dividono dal volo che ci porterà a Nairobi. Giriamo un po’ per l’aeroporto , un’ala tutta nuova, spazi grandi ma poco frequentati. Dopo un po’ andiamo a prendere da mangiare. Alla cassa appena sanno che siamo italiani ci fanno lo sconto del 30% perché il tipo ha la ragazza a Malpensa… A pochi metri i ragazzi intorno al tavolo ridono e si divertono. Trovano un palloncino e cominciano a giocherellare tra loro tirandoselo. Incontro degli insegnanti italiani che vivono in Eritrea per conto del Ministero. I ragazzi eleggono Alessandro come loro portavoce per il saluto di domani, insieme scrivono cosa dovrà dire ai ragazzi africani. Sono carini. Lo scrivono in inglese ed il mitico Fantera, professore di inglese del Morgagni che è con noi gli dà un’occhiata. Guadagnano più della sufficienza. È ora di prendere il secondo volo per Nairobi. L’euforia della partenza lascia il posto ad un po’ di stanchezza e tanta fame. Lasciamo Il Cairo.
A bordo una cena volante e recuperiamo un po’ di ore di sonno. A Nairobi arriviamo alle tre di notte, ci viene a prendere Samuel con un pullman che Ale è riuscita a carpire a Amref. Ci sistemiamo nelle stanze dell’Istituto religioso che ci ospita. Io come da programma vado con Fantera.
Mercoledì 2 settembre – secondo giorno di viaggio
Sveglia alle 8; nella sala per la colazione troviamo Pino Giannini. Un comboniano che è stato per 26 anni nel Malawi e che incontrammo nel precedente viaggio con le scuole romane. È qui da un anno, sapeva del nostro arrivo. Parla a lungo di Africa, di Italia e di immigrazione. Ci racconta di come ci si sente ad aver scelto questa missione nella vita e leggere da fuori delle scelte del nostro governo. È amareggiato, molto. Un colloquio molto utile per capire meglio anche la realtà del Kenya e le sue contraddizioni. Ci avvisano dalla scuola dove siamo diretti che sono un po’ in ritardo con i preparativi. Non saremmo in Africa. Dopo mezz’ora di viaggio dove incrociamo ricche ambasciate, ville lussuose e baracche malmesse arriviamo alla scuola. L’accoglienza è bellissima. Decine di bimbe e ragazzi ci corrono incontro festanti.
Il teacher Ronald presenta le varie classi che si esibiscono in balli e canti. Sono bravissimi. C’è anche tutta la squadra di calcio e i veri settori giovanili. Il sogno di Oscar si sta già avverando. C’è presente Dennis, il mister. Ci dice che l’anno passato hanno vinto il campionato giovanile dell’est Africa. La mattina la passiamo così. Alla fine parlano i rappresentanti dei genitori, Lina la Social Worker, la cuoca Rose, i nostri ragazzi che leggono il loro saluto. Anche i rappresentanti della Provincia intervengono, così come me che ringrazio Ale e Enzo per questi 10 anni. La responsabile dello slum di Aoussowa ci fa trovare un piatto a base di prodotti locali. Sono molto buoni i prodotti e molto ospitali loro.
Dopo pranzo ci dividiamo in quattro gruppi. In ogni gruppo due ragazzi della scuola ci accompagnano negli slum dove vivono la loro vita. Sta cominciando quella che probabilmente è l’esperienza più shockante della mia vita. Visitiamo tre slum: Deep Sea il primo: è stato ricostruito da poco, dopo che un anno fa fu distrutto per tentare una speculazione edilizia, le baracche sono in lamiera, una attaccata all’altra. Facciamo un rapido giro e i ragazzi ci raccontano di come vivono lì dentro. Si soffermano molto sull’utilizzo della Chaagh’a da parte degli adulti, una bevanda alcolica fatta con la benzina degli aerei, acido di batterie conservanti. Una miscela esplosiva che brucia il cervello (e non solo). Gli uomini stuprano di volta in volta le donne che trovano nelle baracche. Dopo un po’ ripartiamo per visitare gli altri slum.
Suswa è uno slum di baracche di legno e cartone. La prima è una sorta di ristorante dove si distribuisce un riso speziato.
I vicoli sono stretti con panni stesi, ogni tanto a terra liquami e feci. I bambini scorrazzanti per i vicoli a piedi scalzi. In tutto il giro i bambini intorno a noi sorridenti e festanti ti danno la mano. Gli stessi bimbi che quando hanno visto Ale arrivare le sono corsi urlando incontro abbracciandola. Una scena bellissima.
Il terzo slum sarà il più terrificante. Tutto in discesa, sulle sponde di un piccolo fiume pieno di rifiuti. Baracche una attaccata all’altra che consentono solo un piccolo vialetto ogni tanto. A terra liquami vari, escrementi, rifiuti. I bambini che ci accompagnano si tengono in piedi alla perfezione su questa melma indefinibile. Io fatico un po’, rischio di cadere un po’ di volte. Ogni tanto una piccola bottega che vende ortaggi, frutta o prodotti vari. Più si scende più le baracche sono malmesse, in discesa, instabili. Risalendo scopriamo le toilettes in muratura e con acqua, la prima sfida vinta da Afrikasì contro molta gente di qui. Sopra ancora una piccola manifattura di ciabatte. Ale ci racconta di come ha trovato questo luogo 10 anni fa, il lavoro fatto e quello da fare. Come prevede il programma i gruppi si riuniscono e si scambiano pareri sulle loro esperienze. Apre l’incontro il teacher Ronald, proprio una bella persona. La prima cosa che fa è chiederci:
se incontraste un ragazzo di loro a Roma, immaginereste che possa venire da un posto del genere?
Ronald è sorridente ma non per questo poco incisivo e diretto. Cominciano man mano i ragazzi italiani a dire la propria impressione, qualcuno non ci riesce perché piange dopo poche parole. Altri raccontano di come quei ragazzi fossero stati contenti che loro entrassero nelle loro case. Tutti sono rimasti molto colpiti, quasi tutti vorrebbero fare qualcosa per cambiare tutto questo. È incredibile con quale orgoglio e dignità questi ragazzi parlino della loro situazione e di quale sforzo abbiano fatto per cercare di uscirne. Alle scuole sono puliti, cordiali, educati per poi tornare in quell’inferno. Hanno una forza incredibile. Penso che sia la prima generazione degli slum che tenti di uscire da quella situazione. Ale e la loro determinazione stanno dimostrando che la loro situazione non è irreversibile. La sfida ora è far capire anche ai loro genitori quanto i loro ragazzi stanno facendo anche per loro. Basti pensare che un quarto di loro ha finito la secondary school e il prossimo anno andrà all’università. Verso la fine prende la parola Lina, la social worker. È davvero molto brava. Dice delle sue esperienze ma alla fine non riesce più a parlare, piange a dirotto dicendo quanto sia difficile lavorare in quella situazione. Scopriamo dopo che una delle ragazze della scuola dopo un diverbio era tornata a prostituirsi… in realtà scopriamo anche un’altra cosa, quella bella e che dà l’idea di quello che sta succedendo. Ha avuto un figlio 4 mesi fa e l’ha chiamato Barack. L’orgoglio nero è anche questo, riporre la speranza in un futuro migliore, anche del proprio figlio, mettendogli un nome che richiama la vittoria fantastica di una sfida sociale oltre che politica. Scopriamo nei giorni successivi che molti bambini degli slum si chiamano Alessandra e Enzo…
Finito l’incontro si continua a giocare un po’ di fuori e a ballare. Il gruppo comincia a funzionare. Andiamo a cena dove dormiamo, dalle Absuntion Sisters. Un po’ chiacchiere e poi a dormire. Anche oggi una giornata piena.
Giovedì 3 settembre – terzo giorno di viaggio
È la volta dei ragazzi. Uno per uno ci raccontano il loro paese e la loro vita in una lezione lunga e interessante. Miriam ci parla delle 45 tribù del suo paese, suddivise in tre grandi gruppi etnici e di come il Kiswaili, la lingua ufficiale di questo pezzo d’Africa sia stato importante con questa enorme varietà etnica. Martin ci parla delle 8 province del Kenya; Kanja dell’immigrazione; Eric della governance e Nicholas del sistema della formazione. Una relazione molto interessante anche perché sia il progetto sia la sensibilità di molti dei partecipanti ha a cuore questo tema. Una cosa che riguarda la loro situazione e che mi colpisce molto. Le ragazze per poter studiare si alzano alle 4 di mattino, fanno i lavori di casa, dalle 6 alle 8 fanno i compiti poi a scuola fino alle 16,20 e poi di nuovo compiti fino a sera. Un’ulteriore dimostrazione dell’enorme forza di volontà in una situazione difficilissima. Erda ci parla della famiglia tradizionale e del ruolo dei nonni nella loro società. Dopo arriva la parte meno legata al Kenya e più strettamente legata agli slum. Rose ci racconta che sono nati 50 anni fa e che sono circa 20 a Nairobi. Poi senza rete mette in fila tutti i problemi di quel tipo di vita. Mancanza di acqua, promiscuità, pedofilia, criminalità, stupri, condizioni senza alcuna dignità umana. Rose e Jane ci raccontano di altri particolari, altrettanto terrificanti. Ndeje parla molto bene. Centra il suo discorso sulla dignità e conclude chiedendo:
se voi foste me, cosa fareste?
Cinderella ci parla della droga che circola in tre tipi: la Chaagh’a che abbiamo già conosciuto, la colla che viene annusata e la mira che è una foglia da masticare tipo coca e che, delle tre, è l’unica legale. Racconti raccapriccianti, soprattutto dopo aver conosciuto le conseguenze sulla popolazione. Anthony che ha il piglio di Malcom X ci racconta del divario sociale con rabbia, lucidità e determinazione. Cadine ci fa un’analisi sociologica anche in relazione al ruolo dei padri che è inesistente e alla conseguente rabbia e aggressività delle madri. È una lettura molto interessante che ci permetterà poi di capire vari meccanismi nella comunità. Florence sottolinea ciò che è palpabile… la determinazione che occorre per fare quello che stanno facendo. Poi viene Emily. Emily è una ragazza speciale, lavora in un laboratorio di analisi e per venire ha preso dei permessi. Fa un discorso splendido. Non a caso il teacher le ha chiesto di relazionare su “what can be done to daye”. Parte dall’importanza dei genitori e lancia alcune parole chiave: cooperazione – libertà – tolleranza – felicità – comunità – rispetto – responsabilità – amore spirituale. È bellissimo ascoltarla, chiude dicendo che i valori sono una protezione anche per te. Bellissimo!
Una lezione di orgoglio africano. Ricorda il primo discorso di Obama per la prima volta da presidente in Africa: lotta alla corruzione, formazione, dignità. Con Emily chiudiamo la prima parte. Andiamo a mangiare da Virginia, la “sindaca” dello slum, che gestisce un piccolo e dignitoso ristorante. Tutti i ruoli più importanti a questo livello scopriamo essere coperti da donne…Ci andiamo a piedi, parlo a lungo con Ronald mentre camminiamo. Quando torniamo alcune dimostrazioni: una anziana signora intreccia delle corde ricavate da una pianta costruendo dei cestini, dopo poco questo quadretto così artigianale e tradizionale verrà interrotta dallo squillo del suo cellulare…. Le ragazze ci mostrano come si fanno le treccine alcune italiane si prestano ben volentieri a farsi fare una nuova capigliatura africana. Un altro ragazzo ci mostra come si fanno con poco dei giochi carini e divertenti riutilizzando dei rifiuti. Ma adesso è ora di andare.
Alla Consolata, la sede dell’istituto religioso che è qui dal 1901, incontro con i ragazzi di strada. Alcuni li conosco essendo stati protagonisti con Baliani del “Pinocchio Nero” a Roma e in altre città (ma questa è un’altra storia e quella era un’altra Roma…). Sono ragazzi ormai troppo grandi per stare nelle baracche e vivono in strada di espedienti. Ci raccontano della loro vita. Ci fanno vedere la colla che respirano coem droga, le foglie da masticare, Ale li ha conosciuti tramite Freddy un suo grande amico, ucciso un anno fa in una sparatoria. Le vogliono molto bene, lei racconta di non aver mai avuto richieste di soldi da loro, anche se una volta le rubarono 2 cellulari, praticamente tutto ritrovati poi da Freddy. È una bella esperienza anche con loro ci mettiamo a parlare lungamente alla fine dell’incontro… Si torna, in un traffico caotico a dormire, non prima di aver cenato e aver scambiato battute su molte cose ridendo con le lacrime agli occhi. Anche questo un modo per allentare la tensione.
Venerdì 4 settembre – quarto giorno di viaggio
Oggi è una giornata particolare. La trascorriamo insieme ai ragazzi ma fuori Nairobi. Prima tappa è la fabbrica di thè nella provincia. Lungo il tragitto si susseguono canti italiani e kenioti da parte dei ragazzi, si divertono molto loro e sono a loro volta molto divertenti e genuini. Dopo aver visitato la fabbrica, mangiamo i panini di Virginia in viaggio. Ci dirigiamo verso la casa di Karen Blixen. È quasi tutto intatto dall’epoca e le cose sono originali, sono quelle lasciate dalla produzione de “la mia Africa”. Dopo la visita andiamo al grill, un ristorante abbastanza popolare dove veniamo accompagnati da padre Franco. Tutto alla griglia e dopo mangiato i ragazzi ballano e scherzano tra loro. Sono belli davvero. Girando per il ristorante passo davanti e una tv e vedo Spalletti… era su Roma Channel…
Torniamo a casa un po’ tardi soprattutto per le ragazze che devono tornare negli slum, non proprio il posto più sicuro del mondo. Torno a letto e metto in ordine il mio diario. Domani sarà una bella giornata perché…
Sabato 5 settembre – quinto giorno di viaggio
Oggi è prevista la festa per questo progetto con personaggi importanti non solo a livello locale e non solo a livello amministrativo. Con Ale, Fabrizio, Seba e Livia ci alziamo presto per allestire tutto. Alle 11 comincia la manifestazione. Sono con noi esponenti significativi della cooperazione internazionale, dai rappresentanti di Amref a Kuki, padre Kirito che conosco da tempo e col quale abbiamo parlato a lungo della sua situazione attuale, che sembra pian piano risolversi.
Una mattina di canti e balli festosi che si concludono con il gruppo nato da una intuizione di Giovanni Lo Cascio che con Amref ha creato un gruppo di ragazzi di strada che con strumenti realizzati con rifiuti riciclati, tubi in pvc, bidoni di latte e di plastica. Un concerto fantastico che pochi giorni fa ha avuto un enorme successo di critica e di pubblico in Italia all’Umbria Jazz. Con Giovanni parliamo di amicizie comuni e di progetti ipotetici da realizzare insieme. Credo proprio che qualcosa uscirà fuori. Dopo parlano gli ospiti. Gli studenti delle due realtà , il rappresentante del governo e Livia per la Provincia di Roma che ha finanziato il progetto. Chiudono Ale e Kuki con parole forti e profonde sempre sul tema del cambiamento che è dentro di noi. Ale ha gli occhi lucidi, credo sia il giusto corollario di 10 ani di impegno, passione, lavoro. Un riconoscimento dovuto ad una persona fantastica. Dopo, il pranzo preparato da Virginia e poi i ragazzi giocano e si divertono. Tutte le ragazze si fanno fare le treccine. Io gioco con i bambini, faccio con loro gli stessi giochi che faccio a Lele e Ilaria, i miei figli.
Verso le 16 torniamo a casa, qualche ragazzo è stato poco bene questi giorni ma si sta rimettendo. Prima di partire parlo a lungo con il ragazzo che disse “se voi foste al mio posto cosa fareste?” e mi dice che vuole fare il pilota e che ci riuscirà. Quando gli ho chiesto cosa pensava di Obama mi ha detto che era la loro speranza ed il loro eroe. Quando gli ho chiesto di Ale mi ha detto “è la mia vera mamma”.
Domenica 6 settembre – sesto giorno di viaggio
Qualche ragazzo comincia ad avere qualche sintomo influenzale. Se la stanno passando un po’ tutti, nulla di preoccupante ma un po’ fastidioso in quanto non si possono godere in pieno il progetto. Oggi si va alla Rift Valley. Una vallata sconfinata che coinvolge più nazioni. La vediamo grande e sconfinata dall’alto. Siamo a 2600 metri. Il panorama anche dall’altipiano dove ci troviamo sembra quello alpino. Conifere, mucche, oche, capre. Ci fermiamo a mangiare sotto una piccola foresta i pasti preparati tutti insieme la mattina.
Nel pomeriggio al museo del Kenya, una full immersion nella storia non solo dell’Africa ma dell’uomo stesso. Animali, lance, cultura Masai di millenni fa. Il cranio di uomo più antico del mondo è in questo museo….. E penso alla lega nord…
Torniamo a casa. Facciamo il punto della situazione. Prima di cena sentiamo il tg della cnn. Tra le altre notizie parla di Berlusconi, della lega e delle ronde in toni imbarazzanti. Vedere l’Italia da qui, se possibile, fa ancora più pena di viverla tutti i giorni.
Lunedì 7 settembre – settimo giorno di viaggio
Oggi si va ad uno dei luoghi pulsanti di questo pianeta. Il centro dei comboniani di Nairobi. Da qui sono partite molte battaglie, alcune note altre meno, per debellare quello scalino sociale che è alla base dei conflitti anche laddove la guerra non c’è… Partiamo con un pulman quasi vuoto a causa dell’influenza che sta decimando i ragazzi. Appena arriviamo veniamo accolti dai comboniani, ritrovo compagni di viaggio virtuali e non. Visitiamo la loro radio, la redazione di New People, la loro rivista. Ci raccontano di tutte le storie, di battaglie vinte, di altre perse. Dei coltivatori di banane sotto pagati, degli accordi tra governo e multinazionali a scapito dei lavoratori. Hanno una lucidità e una lungimiranza sociale e politica davvero rara. La Chiesa che mi piace. I ragazzi incontran altri ragazzi di qui che studiano. È un incontro lungo e appassionato. Noi di fuori parliamo con i comboniani di problemi sociali qui e in Italia. Poco più tardi una sorpresa di cui saremo tutti strafelici dopo tanti giorni risentiamo l’odore del caffè. Ci sediamo nella loro cucina e beviamo un vero caffè. Una cosa classica da italiani all’estero … ma la vita è anche questo. Ci facciamo alcune foto con loro. Andiamo via e dal pulman confido a fabrizio che “se rinasco faccio il comboniano”.
Torniamo alla base il pomeriggio c’è la classica consegna dei vestiti. Si mettono in una stanza della scuola, sui banchi, tutti i vestiti e la cancelleria per gli studenti arrivati dall’italia. Sarà una delle scene più formative della mia vita. Una fila di mamme e bambini lunga e “ordinata”. Un servizio d’ordine democratico vigila che le persone in fila facciano parte della comunità, che non prendano due volte il “regalo”. Si tratta di magliette, calzoncini, scarpe o quaderni. Una lezione davvero, inevitabile fare parallelismi con un mondo “vicino” appena 7 ore di aereo da qui. I bimbi vanno via con gli occhi che brillano, ti mostrano orgogliosi la loro “conquista”. Rimaniamo un po’ fuori la scuola a giocare con i bimbi e a parlare con i teacher.
Torniamo a casa, ceniamo, andiamo a dormire per l’ultima notte intera da passare quaggiù.
Martedì 8 settembre – ottavo giorno di viaggio
Ultimo giorno. Andiamo al parco delle giraffe. Tutti insieme. I ragazzi sono ormai amalgamati. Sono mischiati, parlano, ridono, cantano., la giusta cornice di un viaggio che man mano che passano i giorni dava il senso di una lucida follia, di una scommessa unica che ormai appare vinta. Vediamo le giraffe, diamo loro da mangiare. È divertente. Torniamo a casa in pulman, il traffico è notevole, qualcuno si addormenta. Da lontano vediamo il lavoro fatto da P. Kirito e la sua Shalom House.
Penso a quanti semi sono stati piantati, quanto le persone di buona volontà possano fare, quante occasioni perse, quanto ci sia da fare, ognuno nel proprio campo, ognuno secondo le proprie capacità, il proprio carisma e la propria competenza.
Mangiamo al Masai market chi la pizza, chi il kebab. I ragazzi di qui sono ospiti dei nostri. Dopo tutti al market dei Masai situato all’ultimo piano del centro commerciale. È una festa di colori. I ragazzi di Nairobi ci accompagnano per evitare di farci prendere “sòle”. Torniamo al pulman per tornare a casa. È l’ora dei saluti con i ragazzi. Ci vedremo solo a dicembre a Roma. Scene commoventi di coetanei che si sono conosciuti “normalmente” così lontani, così vicini. Qualche lacrima, baci sfuggenti (ma anche no…), storie sbocciate in pochi giorni. Si torna alla base, a cena. Molti decidono di non dormire. Alle due si parte da qui per l’aeroporto. Io decido di dormire un po’. Fabrizio continua a prendermi in giro, in questi giorni mi diceva che dormivo a comando… A mezzanotte carichiamo le valigie, come all’andata le accatastiamo in fondo per poi lasciare liberi i posti necessari per noi. Partiamo in piena notte col mitico “Samuel”, speriamo vada tutto bene e che l’alcool non prenda il sopravvento… Ci pensiamo noi a tenerlo sveglio e vigile con tante domande. Arriviamo sani e salvi, l’aereo ci porterà prima a Il Cairo e poi a Roma. All’aeroporto i genitori ritrovano figli che saranno diversi da quando li hanno lasciati all’inizio del viaggio, ragazzi che se lo vorranno avranno la possibilità “rara” di raccontare cosa succede a poche ore di volo dalle nostre case e da quale inferno e quale viaggio affrontano per venire qui per poi…
Mia moglie Chiara con Lele e Ilaria mi vengono a prendere con una rosa di ben tornato. Da domani ricomincia la mia vita. Anche io non sarò più quello dell’inizio del viaggio…















